1° Classificato Sezione Narrativa PDF Stampa E-mail

 INCENDIO

Un forte odore prese alle narici il povero coniglio, che come uscito da una doccia fredda, spalancò i suoi grandi occhioni vispi. La sua tana era impregnata da quell'odore forte, bastarono due, tre boccate per farlo tossire come un forsennato. Da fuori veniva un imponente crepitio. Il nostro coniglio aveva visto più volte il fuoco e sempre quell'essere mutevole e bizzarro che sembrava danzare, se di piccole dimensioni, gli aveva trasmesso una piacevole sensazione, il suo allegro crepitare l'aveva sempre messo di buon umore. Ora no! Il soffitto della tana tremava furioso come in balia della follia. Il coniglio mise fuori la testa e fece appena in tempo a ritirarla con un guizzo fulmineo. Il suo corpo aveva reagito più velocemente dei suoi pensieri ed egli, per fortuna era salvo. Una decina di paia di zoccoli stava per decapitarlo. Un gruppo di cervi stava fuggendo a una velocità incredibile. Il coniglio era sconcertato. Quella era la sua casa, come poteva abbandonarla? Ogni iottolo gli ricordava un avvenimento, un evento della sua vita, ma gli animali sono mossi, dall'istinto e il suo istinto di sopravvivenza gli diceva che non era il momento dei ricordi e dei rimpianti. Quella per lui era la più grande violenza che potesse subire. Non riusciva a capire da cosa fossero causate le lacrime che gli scendevano, da quel fumo che gli faceva pizzicare gli occhi   o dalla gliusta nostalgia che un essere prova quando è costretto ad abbandonare quel luogo caldo e accogliente che usa chiamare casa. Corse fuori e quello che vide gli fece stringere il cuore. Si sarebbe messo a piangere, anzi lo stava già facendo. Le due grosse querce che sovrastavano la sua tana erano dominate da un nemico che non potevano sconfiggere e tra i ruggiti assordanti di quell'essere, silenziosamente esse si apprestavano a lasciare questo mondo. Se avesse avuto tempo, il coniglio, sarebbe rimasto lì a guardare quella fine crudele, a guardare quell'essere amorfo, rosseggiante e senza pietà che ammantava tutto e bruciava, bruciava... divorando ogni cosa. Il povero coniglio era attratto da quella figura che avvampando avanzava e si ritraeva ingoiando boccone dopo boccone sempre nuove porzioni di bosco. Ricordava bene la maestosità di quel posto. D'autunno egli rientrava alla tana camminando su un tappeto quasi infinito di foglie secche e scricchiolanti, gli paiceva rotolarcisi a lungo, allietandosi dei leggeri crac che provenivano da esse, gli piaceva trovarsele attaccate alla corta pelliccia e ogni tanto si fermava a osservarne una, seguendo con curiosità le sue policrome nervature che come vene la attraversavano uttta fino alla punta. Più di ogni altra cosa erano le foglie le sue più grandi amiche, le guardava volare nel vento, formare mulinelli che si sollevavano nell'aria come animati di vita propria e poi, come se questa vita volasse via da loro, ricadevano delicatamente, andando ad accarezzare il dorso delle loro compagne cadute. Il fuoco era a un palmo da lui, i colori si abbracciavano come spinti dal desiderio di fondersi... E così finì. Quegli stessi colori che poco prima sembravano danzare solo per lui svanirono in un nero fitto e freddo..........
L'acqua cominciava a farsi calda, lapovera rana saltò dalla ninfea sulla sponda della palude, emise uno sgraziato gracidio, quando vide un mostro multicolore fuoriuscire selvaggio dalla coltre delle chiome degli alberi. Le sue grandi e rotonde pupille catturarono la luce che ne scaturiva e la rana ne rimase abbagliata e intontita. Un albero più gracile degli altri,annerito dal fuoco, che lo aveva privato della vita, cadde violentemente sprofondando nello stagno paludoso. Il suo regno. Non poteva, non doveva finire così, la sua palude,la sua palude!!! Rientrò nello stagnoe saltando da una ninfea all'altra finì per raggiungere la sponda opposta della palude: quell'ambiente fangoso e putrido, disgustoso per molti altri animali era per lei l'unico posto in cui poter vivere, l'aveva cercato una vita e ora nessuno doveva avere il diritto di portarglielo via in quel modo così violento. Dentro di lei la rabbia per quell'ingiustizia aumentava, lasciando però sempre più spazio alla sensazione dell'impotenza che provava di fronte a quell'essere che ruggiva e sidimenava in preda ad una pazzia inspiegabile. L'odio mosse la rana, non era giusto perciò bisognava opporsi, perchè chinare la testa? Perchè non combattere? Forse poteva fare qualcosa. Povera ingenua rana, non conosceva il tocco mortale che possedeva il suo nemico, immaginò gli altri che l'avrebbero guardata con rispetto se ... Lei, l'eroina della palude... Sciocca e vanitosa rana, come solo le rane sanno essere, spiccò un balzo e ... Il quinto albero cadde nella palude come un monito. Il suo avversarioparve gonfiarsi ed esplodere, come per incuterle timore. La rana era solo ad un balzo dal nemico. Ancora più decisa e convinta spiccò quell'ultimo e fatale salto che la consegnò nelle braccia della morte. E mentre le fiamme la inghiottivano, bramose della sua carne, ebbe un ultimo pensiero, un'ultima sensazione, si sentì stupida per aver compiuto quel gesto, sentì di meritare quella pena, perchè più stolta non avrebbe potuto essere per aver affrontato un duello così impari e mentre straziata gracidava disperatamente l'oscurità la prese e la portò con sè per il riposo eterno...
Correva più che mai il povero cerbiatto, come sealle calcagna avesse una schiera di fantasmi. Il suo inseguitore ardente era veloce, passava da un albero all'altro spegnendo con la fiamma la vita laddove ne incontrava, sul suo cammino non c'era niente che potesse resistergli in alcun modo e mentre muri di fuoco si apprestavano a distruggere il bosco, una delle sue fiamme era decisa a braccare il giovane cervo. Era esausto, ma i suoi sforzi stavano portando i loro frutti, infatti distanziava sempre di più il suo aggressore. Era sempre stato veloce, gli piaceva correre nel bosco, soprattutto nella bella stagione, quando tutto era verde e la foresta era piena di vita e colore, quando il sole in tutta la sua magnificenza forzava l'intricato soffitto di rami e foglie e illuminava ogni cosa, disegnando nei laghetti mille riflessi verde smeraldo. Il caldo non lo spaventava perchè amava l'acqua e si immergeva nei torrenti con tutte le zampe per avere refrigerio. Amava le farfalle che dipingevano la foresta dei colori delle loro stupende ali. Gli piaceva rincorrerle fino ache non era stremato, l'aria che gli sferzava il giovane muso era la sensazione più appagante che avesse mai provato. La notte poi amava ammirare le stelle e i loro complicati disegni astrali, migliaia di astri a sua disposizione per creare tutte le figure che la sua immaginazione gli suggeriva. La notte la foresta ritraeva il suo volto gioioso e colorato, per sprofondare nel nero cupo che avvolgeva tutto in un caldo abbraccio, Bellissima era la luna, il suo latteo candore, quel disco argentato cha da lassù illuminava tutto era semplicemente bellissimo e dava al cervo la forza di sognare. Il fuoco lo ridestò da quei dolci e nostalgici  ricordi e vide sotto un piccolo albero caduto un povero cinghiale che come lui aveva tentato di fuggire, ma era stato più sfortunato. Il fuoco avanzava inesorabile verso di lui, preda inerme, pregustando il suo sapore. Ogni ruggito era come una risata che sembrava godere degli occhi impauriti della vittima. Esso voleva godere a lungo di quell'espressione terrorizzata prima di annientarlo. Questo non sarebbe accaduto. Gli occhi del cervo vermigli al bagliore del fuoco si illuminarono quando trovò la soluzione. Usando uno dei tanti rami che giacevano a terra come leva, egli riuscì a liberare il cinghiale che fuggì via. Incautamente il giovane eroe lasciò andare il ramo e il piccolo albero che aveva imprigionato il cinghiale gli ricadde su una zampa. Urlando di dolore, sentì arrivare la sua ora, nonera giusto, guardò in tutte le direzioni e non vide altro che scintille che appiccavano nuovi focolai. Aveva tentato di sopravvivere ma il suo destino era già stato segnato dal primo istante. In un attimo capì quello che avrebbe perso: colori, odori,suoni,sensazioni quanto di bello e familiare quella foresta poteva offrire stava per essere inghiottito dal fuoco. Perso nei suoi pensieri e attorniato dalle fiamme, egli pianse in silenzio, poi si riprese e capì che lui in un certo senso era fortunato, molto fortunato, lui se ne andava con un vagone di bei ricordi, pensava con amarezza agli sguardi perduti dei sopravvissuti che avrebbero visto il bosco dopo l'incendio, averebbero dovuto vivere in un posto che nemmeno riconoscevano più. Lui no! Lui quei brutti ricordi non li avrebbe avuti, se ne sarebbe andato prima. Non avrebbe potuto reggere il confronto fra il bosco in cui era vissuto e quello che sarebbe emerso dalle ceneri di quella terribile tragedia. Vide il fuoco ruggire, godere delle sue lacrime, spalancare le sue fauci incandescenti... Ne fuoriuscì solo il lamento degli altri animali morti, ma il cervo era contento e accettava il suo triste fato, serrò gli occhi, guardò il suo nemico: anche se doveva morire, non gli avrebbe dato la soddisfazione di vederlo piangere come un cucciolo. Si alzò in piedi, per qianto gli fosse consentito, si scosse di dosso la cenere e la terra e con il cuore infiammato da un orgolgio e da un coraggio di cui non si credeva capace, aspettò il caldo e fatale abbarccio del nemico. Nemmeno si accorse di morire. Mentre bruciava, non emise suoni o urla strazianti, non si scompose, solo un'ultima lacrima, come una preziosa gemma, andò a infrangersi al suolo e riflesse come in un magnifico gioco di specchi, il cadavere annerito del coraggioso cervo.....................
Era la sua astuzia ad averla sempre aiutata nella vita, ma in quel momento anche da sola aveva capito che questa volta essa non le sarebbe servita a nulla. Non era mai stata coraggiosa, nè veloce, nè forte, solo infida e maligna. Si aggirava guardinga per il bosco mentre la sua grossa coda arancione spruzzatadi bianco strisciava per terra. La stagione che di gran lunga preferiva era l'inverno. Lì, circondata da quelle fiamme alte e ruggenti, avvampata da un calore insopportabile, sulla collinetta che sempre si era contesa con gli altri animali, quella sua prefernza le sembrò quasi ironica. Le sfuggì un sorriso. Le piaceva la neve, era la sua più grande alleata. Di notte o di giorno faceva sì che la neve che cadeva la ricoprisse interamente e in quel modo aspettava la sua preda, in agguato aspettava che le fosse vicina, quasi sopra, con il ventre indifeso, poi le saltava addosso, dilaniandole le interiora. A volte lei stessa provava disgusto per le sue infamie, per la spietatezza con cui uccideva le sue prede-Era però l'unico modo che aveva per sopravvivere. Ma chi voleva prendere in giro? Lei dentro di sè lo sapeva, sapeva che molte volte le sue vittime rimanevano a marcire inetere per terra, uno spreco dei doni di madre natuta. Era cattiva, il suo cuore dentro era marcio, ma trovava continuamente un modo per evitare di guardarsi dentro, di guardare la sua coscienza. Ora di fronte a quella morte certa era il momento giusto, quasi ringraziava chi le avesse dato quella possibilità. Ripensò al giorno in cui avevaucciso quel coniglio selvatico solo per godere della sua espressione di impotenza, mentre un miscuglio di sangue ed interiora fuoriuscivano dal grosso squarcio nel ventre. Maledisse il giorno in cui aveva scoperto che le piaceva uccidere: lo faceva perchè lei la sua vita non aveva saputo far altro che buttarla via e non voleva che altri potessero invece utilizzarla al meglio, non voleva che altri fossero migliori di lei. Lei aveva persa la sua occasione. Le faceva rabbia vedere gli altri felici quando lei provava solo odio e rabbia. La parte buona dentro di lei era sepolta sotto uno starto di decine di vittime. Era sprofondata in una spirale di violenza fin dalla sua prima vittima e continuava a sprofondare. Perchè aveva intrapreso quella strada? Neanche lei lo sapeva. Provava un piacere intenso quando uccideva, godeva, attraversata da brividi freddi, quando leccava il sangue delle sue vittime, il suo piacere macabro, il suo assurdo desiderio le facevano provare raccapriccio, si faceva ribrezzo, non aveva mai il coraggio di specchiarsi nelle acque per paura di vederci riflessa la sua anima sporca. Ogni volta che uccideva si impegnava a non farlo più, ma anche lei non credeva più a queste patetiche bugie, sentiva il male scorrerlenelle vene. La verità è che era un essere vile e codardo, aveva paura della morte e aveva paura del dolore edella sofferenza, li infliggeva agli altri come tributo alla speranza di non doverli provare mai. Era maligna e ingannatrice, un'anima dannata, senza redenzione: il più brutto e macilento degli animali di quel bosco. Il suo piacere più grande in mezzo al rogo che la incalzava fu di scoprire che gioiva anche del proprio dolore. Così si spense.....
Volava leggero, volava lontano, accarezzato dal vento che disperdeva il fumo proveniente dal bosco. Era ormai molto in alto e soprattutto era salvo. Il falco rivolse lo sguardo verso il basso e il suo cuore di volatile si strinse, gli mancò l'aria e gli sembrò di cadere. Il bosco bruciava nella sua interezza, in alcuni punti il fuoco era al di sotto delle chiome e gettava verso il cielo, ormai buio, intensie lugubri bagliori, in altri punti invece aveva forzato e vinto la barriera di rami e foglie. La natura era piegata dalla forza sovrumana delle fiamme. Dal bosco continuavano a fuggire animali di tutti i tipi: gufi,civette, cinghiali, marmotte, procioni, tante specie diverse che in quella tragedia trovavano qualcosa che le accomunava: la desolazione per aver perso la propria casa. Niente è più straziante del vedere tutto quello che è distrutto senza alcuna pietà e fa ancora più male sapere che non puoi fare nulla. Il falco guardava sconsolato il consumarsi di quella tragedia. Aveva amato quel bosco evi aveva vissuto stagioni intere, osservando con l'amore di un contadino che vede le sue messi germogliare, le stagioni che passavano e il ciclo della natura così breve ma così immensamente bello. Quell'incanto era ora spezzato, cosa c'è di più bello pieno di vita? Chi avrebbe mai potuto causare quell'immensa, devastante, desolante, tragica distruzione? Come una fiaba che non ha un lieto fine anche quello che stava accadendo era sbagliato. Non c'era un senso, una ragione, una logica per quelo che gli occhi del falco avevano dovuto vedere. Quale cuore di ghiaccio poteva aver causato quella catastrofe? Non ci sono parole per descrivere quello che provava il falco. Aveva visto morire un coniglio, una rana, un cervo e una volpe, aveva visto la loro reazione di fronte alla loro ultima ora, ma quando essa li aveva portati con sè nulla aveva più contato, quale era stata la loro vita, quali i loro peccati e quali iloro meriti. Una morte, come tante di quelle che aveva visto quel giorno, è sempre sbagliata! Il falco non riusciva a immaginare chi avesse potuto guadagnare qualcosa da quello sfacelo. Con questa domanda che lo tormenatava, egli volò via a cercare un altro posto dove vivere e dove portare la memoria di quella distruzione, di quell'annientamento di secoli di laboriosa attività della natura.


 

 

AUTORE CRISTIANO CIURLUINI
CLASSIFICATO 1° PREMIO
MOTIVAZIONE  
Protagonista di questo componimento, è il fuoco, essere mostruoso, senza 
pietà, che tutto ammanta, brucia e divora, ruggendo e dimenandosi in 
preda ad una pazzia inspiegabile, spalancando le sue fauci 
incandescenti per portare distruzione e morte nel bosco.
Muoiono un coniglio, una rana, un cerbiatto, una volpe. A nulla serve il loro 
tentativo disperato di opporsi per un attimo all’avversario. Tutta 
la natura è piegata dalla forza sovrumana delle fiamme e l’incanto 
del bosco, una volta così pieno di vita, è distrutto.
Solo un falco nell’alto del cielo riesce a salvarsi portando 
altrove la memoria di quella rovina insieme ad una domanda cui non 
riesce a trovare una risposta: chi ha potuto mettere in opera tanta 
distruzione?
Siamo dinanzi ad un testo intelligente, pieno di pathos, in cui ci confrontiamo
con una natura sofferente che suscita in noi una forte indignazione per il
trattamento crudele cui essa è sottoposta: da qui il nostro primo premio 
SEZIONE NARRATIVA
EDIZIONE V - 2007/2008
SCUOLA LICEO SCIENTIFICO "G. GALILEI"
CLASSE 1° B - TARQUINIA (VT)
ORIGINALE  
 

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