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 Ieri, oggi e domani: a passeggio con mio nonno tra tradizioni, credenze, espressioni, emozioni, muri a secco, campagne coltivate e profumi di fine estate.

Le ghiandaie emisero il solito richiamo e, spalancando le splendide ali, si posarono sugli abeti del mio giardino. I raggi del sole illuminavano i loro innumerevoli colori, rendendoli più caldi. Era una domenica particolarmente calda di fine Novembre e me ne stavo seduta sulle scale che davano l'accesso alla porta di mia nonna. Lei era seduta affianco a me. La sua mano nobile e delicata prese la mia, piccola e paffuta, ed un'energia immensa mi scaldò il cuore. Mi divertivo a immaginare quante cose aveva vissuto la sua mano, quante ne viveva ancora. Chissà se anche lei provava lo stesso quando sua nonna le teneva la mano. « Dai, andiamo a cucinare » mi disse e non esitai un attimo ad alzarmi. Adoravo cucinare con lei. Provavo sensazioni diverse per ogni nuovo piatto che mi mostrava. Apprendevo molto e mi sembrava quasi di vivere nella sua epoca. E mentre me ne stavo seduta sulla sedia, in cucina, il peso della testa sostenuto dalle braccia poggiate sul tavolo, tutto cambiava colore e, all'improvviso, mi ritrovavo in un'altra cucina. Scorgevo il piccolo viso dolce e aguzzo di una bambina, che mi scrutava con i suoi grandi occhi blu. Lei era frutto della mia fantasia e il suo nome ricordava la Primavera e la rugiada sulle foglie. Lei era Gemma. Viveva negli anni Cinquanta del Novecento e quando mia nonna mi descriveva le tradizioni del nostro piccolo paesino, Gemma mi stringeva la mano. In quell'istante, stavamo osservando mia nonna. L'odore del sugo aleggiava per aria e lei calava la pasta nell'acqua bollente. « Cosa prepari? » chiesi. « Sto preparando i fusilli con la carne di capra » mi rispose. Era il mio piatto preferito. Amavo vedere mia nonna mentre preparava l'impasto: uova, farina, acqua e un pizzico di sale. Lo stendeva su una spianatoia. « Ecco, questo è il “quatru”. Ci si stende la pasta, vedi, così... » e mentre lo diceva, mi mostrava il suo lavoro. Vedevo le dita leggere posarsi sull'impasto ed iniziava a modellarlo e renderlo omogeneo. Alzavo lo sguardo e vedevo la mamma di Gemma: aveva una grande chioma dorata raccolta in uno chignon. Gemma mi sussurrò all'orecchio. Mi disse che avevano appena fatto il pane in casa, con una pasta lievitata nella “majilla” (madia) e cotta poi nel forno a legna. Sentii quasi la morbidezza del pane sulla mia lingua e il calore mi invase, ma vidi solo mia nonna che continuava a mostrarmi con la forza delle parole quel pane dorato. Era tutto così magico, quando ero con lei. Consumammo il pranzo parlando della nostra giornata. Le ponevo molte domande e le s'illuminava il viso quando mi rispondeva. Mi disse che Novembre era il “mese dei morti”. Non eravamo soliti preparare dolci in quel periodo, lo vedevo un mese cupo. Immaginavo che i defunti piangessero tutte le loro lacrime ed era per questo che era un mese carico di tempeste, vento, gli alberi non indossavano nessun ornamento e il cielo era sempre grigio. Ero molto sensibile agli agenti atmosferici che segnavano il cambiamento di stagione, la mia realtà era offuscata dalla gioia e dalla fantasia della fanciullezza. E, in un attimo, mi ritrovai immersa nella neve candida. Dicembre era giunto. Passeggiavo nella neve e nonna mi teneva la mano. Era tremendamente fredda, quella giornata, ma era come se ci fosse un piccolo fuocherello tra i nostri palmi che mi scaldava tutto il corpo, mi donava sicurezza e tranquillità. Sembrava quasi che tutto il gelo fosse scomparso, soppiantato da un sole bollente. Sentimmo un rumore di passi e di risate e comparve sul fondo della strada un gruppo di ragazzini: uno di loro era dentro una carriola e portavano tra la braccia un mucchio di legna. Guardai i loro visi allegri, vidi in ogni sguardo e in ogni sorriso una storia diversa, tutte da raccontare. Nonna mi disse che raccoglievano la legna per “il Fuoco di Natale”. Il suono di quelle parole era quasi magia: migliaia di bambini di ogni dove raccoglievano le braccia di alberi forti, uno diverso dall'altro, ognuno con una corteccia diversa. La loro linfa, ormai secca e completamente prosciugata, di una tonalità diversa in ogni busto. Chissà qual magnifici eventi avevano provato, quelle braccia, chissà quale il fenomeno che aveva cessato la loro vita. Probabilmente erano state proprio le lacrime dei defunti, che, ormai cristalli, si preparavano per diventare fuoco. Non mi accorsi che eravamo già davanti la porta di casa e, non appena poggiai il piede a terra, mi ritrovai in casa di Gemma. Le sue mani erano piene di farina e le mie divennero subito bianche, come la neve che danzava fuori al ritmo del vento gelido. Sul “quatru” erano poste piccole forme rotonde, adornate di uva passa, mandorle, noci e cannella. Erano i “quazunielli”, i dolci in onore della Madonna Immacolata. E dopo una risata di Gemma e una spolverata di farina, mi voltai ed incontrai con lo sguardo la figura esile di mia nonna, che mi descriveva in modo dettagliato la preparazione dei “quazunielli” e il viaggio verso la piccola chiesa di san Nicola da Belvedere, nel Casalicchio, il quartiere più antico del paese. Mi voltai di nuovo. Gemma mi tirò una manica della giacca e mi condusse all'esterno, nella neve candida. Vedevo il suo sorriso nei vortici di neve. Piccoli fiocchi le cristallizzavano i capelli e le labbra. Seguivo il suo sorriso, un piccolo bagliore che illuminava la via. Avanzavamo tra migliaia di stradicciole che si snodavano lungo il Casalicchio e giungemmo davanti la chiesa: era bianco perla. C'era un piccolo campanile di mattoni e un bassorilievo di San Nicola: teneva tra le dita una grande chiave. Mentre ammiravo la chiesetta, Gemma mi spinse verso le scale, ridendo, ed entrò. Pose sull'altare una grande cesta di vimini, detta “ 'a sporta”. Era piena di “quazunielli”. « Così, entravo in chiesa e lasciavo la cesta sull'altare, la quale sarebbe poi stata benedetta con l'acquasanta » disse mia nonna. Riaprii gli occhi e la luce della finestra illuminò tutta la cucina. « E dopo la benedizione? » chiesi. « Gustavamo il loro sapore e li distribuivamo ai molteplici volti presenti » ripose, sorridendo. Nei giorni seguenti, continuammo le nostre passeggiate nella neve. Incontravamo amici e parenti e mi divertivo ad ascoltare le molteplici storie che raccontavano. Il giorno di Santa Lucia adornammo la casa con le decorazioni più variegate: luci natalizie, splendidi cristalli di vetro, batuffoli di neve e pupazzi tipici di Natale. Ponemmo la grande capanna di legno su un ripiano e il Presepe iniziò a prendere forma: piccoli pastorelli di tutte le dimensioni, tutti di colore diverso, diversi i dettagli e le caratteristiche. Partimmo dall'interno della capanna: il bue, l'asinello, Maria e Giuseppe. Lasciammo un piccolo groviglio di fieno, dove avremmo poi posto il Bambino Gesù. E da lì, una cascata di uomini e donne, fanciulli e anziani, in cammino verso la Capanna. Decorammo poi l'Albero di Natale: migliaia di luci multicolore iniziarono a brillare e ponevo su ogni ramo palline di toni diversi, tra cui il porpora e il verde. « Quando avevo la tua età, lo decoravo con frutta secca » disse mia nonna, mentre cercavo di appoggiare su un ramo alto un piccola pallina sferica. Presi dal cesto delle decorazioni una renna e l'appoggiai sull'albero, quando sentii la piccola mano di Gemma stringersi attorno la mia. Prese la renna, la quale si trasformò subito in uno spicchio d'arancia e la pose su un ramo dell'albero. Vidi dietro di lei migliaia di piccoli frutti, a spicchi, secchi e la fanciulla li poneva a uno a uno sull'albero. Le giornate passarono velocemente, tra mucchi di legna e interminabili battaglie con soffici palle di neve. Osservavo il paesaggio mutare di continuo davanti i miei occhi: la neve sugli alberi si accumulava e si scioglieva di continuo. E, finalmente, giunse il grande giorno: la Vigilia di Natale. Facemmo una grande cena e, quando finimmo, ci recammo presso la Basilica di Sant'Angelo d'Acri ( santo patrono del paese). Aveva un grande portone di bronzo, in cui erano scolpite varie scene religiose e, all'interno, vi erano numerosi dipinti. Entrammo e seguimmo tutta la funzione religiosa. Quando scattò la mezzanotte, tutti i paesani si scambiarono gli auguri e vennero accese le cataste di legna. Ognuno stava intorno al Fuoco di Natale, gustando i “cullurielli”, piccole ciambelle fritte. Con il grande Fuoco, purificavamo i nostri animi, bruciando quanto di più malvagio era in questi nascosto. Il periodo natalizio passò velocemente, in allegria e serenità. Il mese successivo fu carico di pioggia e di pochi attimi di sole. E non appena lanciai un'ultima palla di neve, mi ritrovai con una maschera in mano. Nonna mi stava aiutando a indossare il costume e, mentre intrecciava i miei capelli con nastri variopinti di seta, mi descriveva, con tanto di particolari , il suo Carnevale. «Era un periodo di festa: mangiavamo frutta e dolciumi di tutti i tipi, così come faceva Carnevale: egli gustava tutte le prelibatezze tipiche del nostro paesino. Quel periodo era detto “Martu azatu” (Martedì Grasso). Il giorno dopo, Carnevale morì, a causa di tutto quello che aveva mangiato. Era il Mercoledì delle Ceneri. » Vidi il suo viso ridente nello specchio davanti a noi e scrutai il mio, decisamente sorpreso. Ammirai il mio costume e la splendida capigliatura, che nonna aveva adornato con piccole rose. E mentre mi specchiavo, vidi comparire Gemma dall'altra parte dello specchio. Il suo viso era triste e terrorizzato. Attraversò lo specchio e poggiò i piedi sul freddo pavimento. Mi prese per mano e mi portò presso il davanzale della finestra. Scorgemmo uomini travestiti da diavolo, da sposi e da pazzi, entravano in ogni casa e festeggiavano, bevendo vino e gustando le “chiacchiare”, i dolci tipici del periodo delle maschere. E tra gioia e dolciumi, tramontò il sole e divenne subito sera: era il Mercoledì delle Ceneri. Vidi una piccola bara che veniva trasportata per il paese e tutti i paesani accorrevano, dicendo che Carnevale era morto. « Ma quella che soffriva di più per la morte di Carnevale era Quaresima, la personificazione del lasso di tempo che intercorre tra Carnevale e Pasqua, lungo sette settimane. In tutte le famiglie di Acri, quindi, si disegnava su un foglio la figura di un'anziana signora, intenta a filare. Le spuntavano da sotto il vestito sette piedi: l'ultimo corrisponde al giorno di Pasqua.» Annuii e, dopo poco, le chiesi: « Nonna, ma non eri terrorizzata da quel clima di paura? » « Eccome! Ero terrorizzata dall'idea di mettere piede fuori casa» rispose, ridendo. La giornata continuò, tra il gusto croccante delle “chiacchiare” e i coriandoli di tutti i colori, che si libravano in aria. I pochi giorni immediatamente successivi del mese mascheraio passarono velocemente e, dopo il clima umido e instabile di Marzo, l'aria calda e leggera prosciugò tutta la pioggia. I fiori germogliarono all'aria calda del sole di Maggio e le campagne si coronavano di mille colori. In quel paesaggio pittoresco, avveniva la processione verso la Chiesa della Madonna del Rinfresco. « Sai, si racconta che, nel XVI secolo, un'anziana signora, dopo aver lavato il bucato al fiume, si fermò per dissetarsi e, sfinita per il troppo lavoro, invocò la Vergine, che le apparve e le chiese di scavare un pozzo proprio in quel luogo. Dopo titubanze e incertezze, il pozzo venne scavato e affluì una sorgente d'acqua limpida. Tutti si rinfrescavano con quell'acqua, considerata miracolosa e, successivamente, fu edificata la chiesetta, distrutta a causa di un incendio e completamente ricostruita. Per questo si svolge la processione. » disse mia nonna, mentre passeggiavamo. Tra racconti e profumi di fiori, giungemmo davanti la chiesetta: era piccola e bianco calce. All'interno, trovammo un pozzo, dal quale sgorgava acqua. « Forza, assaggiala. Lo feci anche io, alla tua età... » disse mia nonna, con una nota di malinconia nella voce. Mi avvicinai al pozzo, così come fece Gemma e, insieme, unimmo le mani, per formare una coppa. Le immergemmo nell'acqua gelida e cristallina e avvicinammo la bocca. Tutta l'arsura del cammino fu soddisfatta dal limpido liquido e mi sentii rigenerata. Dall'espressione di beatitudine sul viso di Gemma, capii che anche lei aveva provato lo stesso. Mi voltai e ritornai vicino nonna. Lei mi guardò e sorrise. Le giornate si allungarono sempre più e regnava per tutto il giorno una luce accecante e sorprendente. L'erba dei prati era ormai secca e aleggiava per aria il profumo delle rose selvatiche e delle ginestre, che illuminavano tutti gli animi con la loro splendida luce. Eravamo alle porte del mese di Giugno. In quel periodo avveniva la celebrazione del Corpus Domini: si portava in processione un'ostia consacrata. La processione iniziava in un'antica zona medioevale del paese: Padia. Qui, sorge tutt'ora la Torre di Padia, la quale, probabilmente, costituiva un castello, detto Rocca dei Brutii. Si trovava in questa zona anche la chiesa di Santa Maria Maggiore. Io e mia nonna osservavamo quei luoghi, mano nella mano, accompagnate dalla musica della Banda Acrese e seguivamo la funzione religiosa. Camminammo lungo tutte le strade dell'antica fortezza e giungemmo sino alla piazza, detta “a Chiazza”, dove aveva luogo un grande mercato in passato. Le mattonelle che ricoprivano l'intero pavimento della piazza erano grigio topo. Qui, si trovava un grande monumento. « Vedi, quello è il monumento dedicato a Giovan Battista Falcone, patriota acrese. Partecipò alla Spedizione di Sapri e finì trucidato il 2 luglio del 1857” spiegò nonna. Ammiravo la bellezza di quella scultura, dall'autore ignoto e mi scolpii nel cuore lo sguardo fiero e determinato di quel giovane che amava la Patria. Ritornammo a casa esauste dalla processione, ma felici di aver colmato il cuore di quelle piacevoli visioni. Le passeggiate estive moltiplicarono di numero e ci ritrovammo in un battibaleno nell'ultimo mese estivo: Agosto. Continuavano a ronzare le api e il profumo delle rose era inebriante. Io e mia nonna passeggiavamo lungo la “Via della Caccia”, una lunga strada, lungo la quale si trovava la “Conicella”, fonte d'acqua e luogo di ristoro. Salendo lungo la strada, osservavamo paesaggi meravigliosi: l'erba era ormai ingiallita sotto i raggi del sole scottante, rendeva il paesaggio più caldo e rilassante. Era bello rinfrescarsi all'ombra di qualche Sempreverde, facendo gioire gli occhi di quella splendida vista. Tutti i profumi odorati, le sensazioni vissute, le emozioni provate di quell'estate erano legate a mia nonna e al mio piccolo paesino. Chissà ora quale sarà il destino di quel pezzo di terra calabrese, quali gli eventi che porteranno alla sua distruzione. Come si può salvaguardare un piccolo mondo dimenticando e eliminando le tradizioni, fondamenta stesse della società? Provate: preservate tutto ciò che vi è di più caro, proteggendo i vostri ricordi, come un piccolo groviglio di rose nel profumo di fine estate.

 

AUTORE  Giovanna Falcone
CLASSIFICATO 1° PREMIO
MOTIVAZIONE
Il Primo Premio è attribuito all'Istituto d’Istruzione superiore Liceo Classico e Scientifico di Acri (CS) che ha partecipato al concorso con due elaborati. In quello di Giovanna Falcone, ascoltando i racconti della sua nonna, una ragazza rivive i giorni passati (in cui la nonna era una bambina) che finiscono col confondersi con il presente, in cui sono ancora vive sculture, leggende, tradizioni  - religiose, culinarie - del passato. Si tratta di un insieme di tradizioni collegate, in particolare, alle festività del Natale, del Carnevale, della Pasqua, e delle stagioni - che vedono una commistione di sacro e di profano - e che vanno a costituire il patrimonio culturale di un luogo (il comune di Acri, in provincia di Cosenza) il quale, sottolinea la protagonista, va conservato e tramandato, in quanto contribuisce alla formazione della identità dei suoi abitanti. 

SEZIONE Narrativa
EDIZIONE XV- 2017/2018
SCUOLA  L.L.S. "Julia" Acri (CS)
ORIGINALE  
 
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