3° Classificato Sezione Narrativa PDF Stampa E-mail

 

CAPACCIO-PAESTUM NEGLI ANNI ‘50
 
Io proverò a raccontarvi la storia di un territorio, il comune di Capaccio-Paestum negli anni ’50. questo centro di modeste dimensioni, viveva quasi esclusivamente di agricoltura. Gli artigiani si potevano contare e i professionisti erano pochissimi. Strade non ce n’erano, le piazze erano due: Piazza dell’Orologio, dove sorgeva una torre e un grosso orologio che batteva i quarti d’ora e li batte tutt’ora. Sotto questa piazza c’era un quartiere chiamato Ponticelli, dove pascolavano animali domestici e dove c’era una fontana comunale. Più in la, sorgeva un piccolo cimitero che dominava l’intera pianura, sotto c’era il convento dei francescani. Infine nella parte alta delle pendici, il Monte Soprano, detto il Castagneto. Ma è possibile conoscere e apprezzare Capaccio con i suoi palazzi, i suoi splendidi portali, i suoi vicoli e i suoi segreti. La vita della comunità era molto semplice, gli uomini si ritrovavano a bere vino e a giocare a carte in qualche bar. Le donne, invece, si ritrovavano in qualche chiesa, oppure a casa di qualche amica o conoscente. L’attività femminile consisteva nelle faccende domestiche, fatta eccezione per qualche donna che lavorava a casa Rubini, a casa Tanza o a casa Bellelli, che erano le famiglie più ricche e abitavano in case ottocentesche di grande splendore. D’inverno la conversazione avveniva intorno al braciere o al caminetto che era no l’unica fonte di riscaldamento. Il caminetto, poi, serviva anche per cuocere le vivande. Quasi tutte le case del paese avevano un forno, per cuocere pane e biscotti di grano. Il forno a legna, in verità, era l’unica fonte per l’alimentazione capaccese. Il pane veniva fatto ogni dieci giorni, ma prima bisognava procurarsi una porzione di pasta lievitata dalla massa e conservarla in una ciotola che fermentado diventava lievito. Così le massaie capaccesi se lo passavano di mano in mano per panificare. Erano le usanze di una civiltà contadina, di cui oggi si è perso il sapore, ma era anche il segno di una comunità solidale. Ogni famiglia aveva uova fresche tutti i giorni, polli, galline, maiali per il fabbisogno familiare. Il maiale veniva allevato in tutte le famiglie, perché allora non vi erano macellerie, quindi i capaccesi allevavano gli animali e poi li macellavano. Il maiale era il simbolo dell’abbonanza, perché quando si macellava era una festa, tenendo conto che i suoi salumi e la sua carne doveva bastare per tutto l’anno. Poi c’era l’usanza URATU, che era il dono di alcune parti del maiale a parenti e amici. Con queste carni venivano preparati dei piatti tipici a secondo delle stagioni: cotiche e fagioli, salsicce con broccoli, pancetta e fave, fegato arrostito e soffritto. Capaccio si ritrovò nei primi anni ’50, precisamente nella stagione primaverile, a vivere un avvenimento eccezionale: l’arrivo della televisione. Tutto quello che fino ad allora era così semplice, cambiò, ad esempio: primale notizie si apprendevano nelle botteghe o nei laboratori, il postodove si conversava meglio, era dal barbiere che aveva la radio e dove si spettegolava di più era la farmacia. Per non parlare poi delle lavandaie, che gioiosamente conversavano di tutti i fatti del giorno. Quella primavera, per detto di mio nonno, fu eccitante ma allo stesso tempo malinconica, perché se prima i capaccesi si ritrovavano ai giardini pubblici a respirare quell’odore di ginestre, la televisione suscitò tanta curiosità che le strade del paese rimasero vuote per tutta quella stagione. Qualche capaccese comprò la televisione, così si riunivano per comprarla. Mio nonno era molto rattristato a vedere i giardinetti vuoti, che però si rianimarono nella stagione estiva. Si ritornò a spettegolare prendendo in giro anche Mike Buongiorno che allora presentava “Lascia o Raddoppia”. Ora siamo nel 2005, tutto è cambiato, ma le persone anziane con nostalgia, ricordano quegli anni in cui si viveva in modo semplice e genuino, e allo stesso tempo, tutti erano spensierati e allegri.  

  

 

 

 

 

 

AUTORE D'ALESSIO VINCENZO
CLASSIFICATO 3° PREMIO
MOTIVAZIONE   Il racconto si snoda in un inguaggio gradevole e coinvolgente tenta il recupero del vissuto storico di una comunità, quella capaccese, evidenziando il fascino, gli usi e le tradizioni della quotidianità, quella malinconia del ricordo di un recente passato quasi del tutto cancellato dalla modernità
SEZIONE NARRATIVA
EDIZIONE V - 2004/2005
SCUOLA S.M.S. - "Z. BIANCO" -CAPACCIO-  (SA)
ORIGINALE  
 

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