1° Classificato Sezione Narrativa PDF Stampa E-mail


 

                                                                              LA ROVERELLA RACCONTA

C’era una volta e c’è ancora nel territorio di Ruvo di Puglia, precisamente nelle vicinanze della masseria di Scoparello, una roverelle maestosa e centenaria. La roverelle ha visto avvicendarsi stagioni e storie all’ombra della sua folta chioma. Ma una storia in particolare ricorda e racconta ai viandanti particolarmente curiosi.
La masseria di Scoparello è particolarmente isolata ed è vicina ad una grave. E’ conosciuta come masseria “du jazzu du demuonie”. Infatti, la roverelle racconta che tanto tempo fa questa masseria misteriosa faceva paura a tutti.
Il pastore Serafino che viveva nello “jazz” era un uomo burbero e rozzo, sempre solo, non amava la gente. Le pecore erano la sua unica compagnia. Si diceva fosse diventato così a causa di una terribile disgrazia, accaduta alla sua amata. Era precipitata nella grave, lasciandolo nella disperazione. Da quel giorno la masseria era coperta da un alone di angoscia e di mistero. Il piacevole bosco di Scoparello sembrava si fosse addormentato. La roverelle, la rosa canina, il rovo, il biancospino, la menta, il, timo, la camomilla, la malva, le margheritine, i licheni, il ginestrello, tutti si erano sopiti, ammantati dalla tristezza di Serafino.
Il pastore conduceva un’esistenza dura e faticosa, si svegliava molto presto di mattina per portare al pascolo il suo gregge. Durante le soste intagliava il suo bastone e pensava alla sua amata scomparsa. Aveva molta attenzione per le sue pecore, le curava quando si ammalavano, usava degli attrezzi in canna che fungevano da rudimentali biberon, contenenti infusi e medicine che infilava tra i denti dell’animale e, se questo era recalcitrante, perfino nelle narici. Il pastore Serafino custodiva il cibo in una scodella di legno che, grazie al coperchio di chiusura più o meno ermetico, manteneva la minestra a temperatura costante e si serviva di un cucchiaio/forchetta con intarsi decorativi; nei ricoveri notturni usava la lampada a petrolio.
L’altra sua attività giornaliera era la mungitura. Usava un apposito sgabello tripode con sedile tondeggiante e con entrambe le mani mungeva. Raccoglieva il latte nel secchio da mungitura, caratteristico per avere una parte più rialzata dell’altra, per evitare gli schizzi del latte. Dopo la mungitura passava all’attività casearia: riscaldava il latte nella caldaia appesa alla catena ( la camaste), faceva coagulare la cagliata, poi la divideva con il frangicagliata in pezzi. Poneva il formaggio a scolare sull’apposito banco ( u magnene) con l’apposito cucchiaio (la cazze) prendeva il formaggio o la ricotta per sistemarli nei rispettivi fuscelli (i fesckele). La vita del pastore era scandita da questa attività. Serafino diventava sempre più burbero e capiva solo il linguaggio degli animali.
Ma in una notte da lupi, mentre un vento impetuoso ululava, qualcuno bussò allo “jazz”. Una voce tremante disse che era una viandante che aveva smarrito la strada, suplicò di aprirle perché faceva molto freddo. Serafino a malincuore aprì la porta. Una sagoma scura e vestita di stracci gli apparve, tra quegli stracci due occhi chiari come il cielo lo illuminarono. Era una fanciulla di nome Aurora, aveva bisogno di aiuto. Serafino, mosso a compassione, la accolse nella sua casa. Aurora svenne davanti a lui e cadde in un sonno profondo. Serafino la adagiò sul suo letto, qualcosa si smosse in lui. Il dolore che lo aveva pietrificato alla vista di quella fanciulla si stava come sciogliendo. Il suo cuore di pietra stava iniziando a pulsare. Con tutte le forze cercò di curare la fanciulla che aveva ferite sanguinanti. Usò il tannino presente nella corteccia e nelle galle della roverelle. Cicatrizzò le ferite con i boccioli di rosa canina. Preparò infusi con i petali dei fiori. Dai licheni estrasse gli antibiotici. Tutta la natura cominciò di nuovo a vivere insieme a Serafino e partecipò alla cura di Aurora.
Intanto passavano i giorni, Aurora pian paino recuperava le forze. Un bel giorno aprì gli occhi e guardò in faccia il suo salvatore. Serafino aveva curato Aurora, anche Aurora stava curando Serafino.
“Ma tu chi sei? Una fata?” chiese il pastore ad Aurora.
“Tu cosa ne pensi?”
“Io non credo alle fate, però vorrei che esistessero”.
“Bene!” disse Aurora. “Desiderare è già un modo di renderle quasi vere, non ti pare?”
Aurora gli fece cenno di seguirlo.
“Dove andiamo?” domandò Serafino.
“Fidati. Chiudi gli occhi e gira tre volte su te stesso”.
Serafino fece quello che gli aveva detto e quando riaprì gli occhi si trovò in un bellissimo bosco.
“benvenuto nel paese delle fate, Serafino. Io ne sono la regina”. Lo prese per mano e volarono nell’aria. “Solo una volta all’anno possiamo ricevere ospiti nel nostro paese ed io ho scelto te”.
“Quanti anni hai?” chiese Serafino.
“Sono vecchia quanto i venti e la pioggia, come la notte e il giorno. Molto tempo fa quando gli uomini non sapevano cosa fossero il Sole e la Luna, il tuono e il fulmine, inventarono delle storie per spiegarli. Perciò inventarono le fate. Sulla loro magia si raccontavano storie cui tutti credevano. Ma quando gli scienziati scoprirono il perché del tuono e del fulmine, gli uomini smisero di credere nella nostra esistenza. Però alcuni che amano i bambini scrissero delle storie su di noi”.
“Dove si trova il regno delle fate?”
“Dove vuoi tu: nei tuoi sogni, in un bosco, nel calice di un fiore, ma non sulla carta geografica”.
Serafino, inebriato da tutte quelle rivelazioni, chiuse gli occhi e si addormentò. Quando si svegliò era mattina, era nel suo letto. Aveva fatto un sogno meraviglioso. Si affacciò alla finestrella e vide la natura del bosco in festa. Il falco grillaio e la poiana svolazzano sulla roverelle, il merlo la ghiandaia ed il corvo si inseguivano e giocavano lanciandosi sguardi di intesa e felicità. L’odore della camomilla, del biancospino, della malva e del timo si spandeva soavemente nell’aria. Il profumo della terra rigogliosa e fertile riempiva le narici di Serafino. Il verde del prato, delle chiome degli alberi, delle piante, il candore del biancospino, delle margheritine, il giallo dei licheni e del finestrino, l’azzurro del cielo, tutto aveva il sapore della vita che esplode. Serafino si sentiva in armonia con la natura e riconciliato con gli uomini. Si sentiva più leggero e felice.
Da quel giorno non fu più burbero e si intratteneva volentieri con le persone, affrontava il suo lavoro con il sorriso, la tristezza si dileguò per sempre. La sua masseria non fu più chiamata “u jazz du demuonie” ma “u jazz della fata Aurora” dove tutti i viandanti trovarono ospitalità e conforto.
 

 


 

 

AUTORE ANTONELLA BENEDETTA CASTELLANO
CLASSIFICATO 1° PREMIO
MOTIVAZIONE  
 
SEZIONE NARRATIVA
EDIZIONE V - 2005/2006
SCUOLA
S.M.S. "DE RENZIO" - BITONTO (BA)
ORIGINALE  
 

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